«Anni senza vita al Cottolengo»: torna il libro di Piero e Roberto
ControCittà, maggio–giugno 2026.
Per orientarsi nella lettura. La vicenda di Piero Defilippi e Roberto Tarditi mostra concretamente che l’istituzionalizzazione non è un destino inevitabile. Grazie alla loro iniziativa, alla mobilitazione collettiva e al sostegno delle organizzazioni di tutela, essi riuscirono a lasciare il Cottolengo, ottenere un’abitazione e costruire una vita autonoma e socialmente partecipe.
La Fondazione Time2 (Lavazza) e Mimesis Edizioni ripubblicano il crudo racconto di due internati che, con il supporto del Csa, fuggirono dall’istituzionalizzazione. La nota stonata della diocesi di Torino, che candida il Cottolengo e altri enti di Borgo Dora a Patrimonio dell’Umanità.
«Bambini seduti in fila, uno a fianco all’altro, su degli alti seggioloni, il vasino sotto, per fare i propri bisogni. Nessuno che ti sorride, nessuno che ti chiama: ognuno chiuso nel suo mondo. Bambini tutti uguali dentro tanti grembiulini a righe. Qualcuno emette un lamento: non è un pianto, è l’espressione di un dolore non riconosciuto. Qualcuno dondola: su e giù, su e giù, un movimento ritmico sempre uguale. Il dondolio tipico dei bambini abbandonati.
Noi eravamo lì coi nostri grembiulini a righe ben stirati per essere mostrati, “esposti” tutti i giorni a gruppi di 40 o 50 visitatori che sfilavano davanti a noi. Tutti presi dalla loro parte, quelle persone interrogavano le suore che davano loro spiegazioni. “Poverini”, sentivi mormorare sottovoce. “È la volontà del Signore”, veniva loro risposto».
Bastano queste poche righe per precipitare nell’atmosfera opprimente, senza speranza, dei segregati del Cottolengo, il grande istituto di Borgo Dora, fondato dal prete braidese Giuseppe Benedetto Cottolengo nel 1828. E per dare il tono del libro Anni senza vita al Cottolengo, ripubblicato da Mimesis Edizioni e dalla Fondazione Time2 (Lavazza), dopo la prima edizione del settembre 2000 per Rosenberg & Sellier, a cura di Emilia De Rienzo e Claudia De Figueiredo.
Roberto Tarditi e Piero Defilippi raccontano la loro storia di emarginazione, ma anche di riscatto sociale, fuori dal Cottolengo — anzi, liberatisi dall’istituto nel quale sono stati per più di trent’anni: la scuola pubblica frequentata quand’erano molto più grandi dei loro compagni, la richiesta della casa e della convivenza assistita al Comune di Torino, il rapporto con le associazioni del Coordinamento sanità e assistenza (Csa), la conquista di una vita dignitosa e di relazione, durata fino a pochi anni fa, ancora attivissimi nelle associazioni del Csa.
Un percorso di riscatto sociale che ha sullo sfondo l’imponente mole della Piccola Casa della Divina Provvidenza, il Cottolengo, l’istituto-città a Borgo Dora, dove le condizioni di vita sono durissime e la segregazione totale. Poco contano le obiezioni di chi — prendendo le parti dell’istituto — sostiene che senza il Cottolengo Piero e Roberto non sarebbero stati salvati dall’abbandono; soprattutto non conta come giustificazione delle condizioni non dignitose di vita degli internati, migliaia come Piero e Roberto, a fronte di esperienze di riscatto sociale e di partecipazione che puntavano proprio negli anni raccontati nel libro all’integrazione delle persone con grave disabilità in società, riconoscendo loro pari dignità, esigenze e diritti del resto della popolazione.
«Al San Ludovico si viveva invece in una grande camerata: due corsie di letti l’una di fronte all’altra, al lato di ogni letto il proprio comodino; al centro della camerata i tavoli dove si mangiava, si studiava e si facevano i compiti; in fondo c’era l’altare dove veniva celebrata la messa: tutti gli atti della vita quotidiana — compresa la scuola — si svolgevano nello stesso locale. Non avevamo armadi dove mettere la nostra roba. La suora passava ogni settimana a darci il vestitino da indossare e si raccomandava di non sporcarci. Il bagno completo si faceva solo una volta al mese, quando eravamo piccoli; una volta alla settimana, quando siamo diventati più grandi».
«Ci si abituava a tutto, anche alla morte. Qualcuno metteva un paravento a un letto, portava la bombola d’ossigeno: un bambino stava morendo. Ho visto tanti bambini morire. Soprattutto i microcefali vivevano pochissimo: ne moriva in media uno ogni venti giorni. La morte veniva e li catturava. Un volto di bimbo si immobilizzava, il suo corpo si irrigidiva, io stavo a guardarlo. Guardavo il suo viso pallido, fisso, senza anima. Intorno a lui il trambusto delle suore che si affaccendavano. (…)
Il reparto San Vincenzo era un cronicario per persone anziane e minorenni. Il reparto era costituito da un unico camerone a forma di T. C’erano un San Vincenzo I e un San Vincenzo II. Nel primo, dove stavamo io e altri sei ragazzi, vivevano un centinaio di persone, mentre nel secondo ce n’erano di meno, ma i due tronconi erano comunicanti. Non c’era un angolo dove potersi isolare, stare insieme a piccoli gruppi, per giocare anche solo a carte. C’erano tanti letti e in mezzo ognuno aveva il suo comodino dove si teneva il proprio spazzolino, una saponetta, il vaso da notte. Il rapporto con gli anziani non esisteva quasi per niente. Quei poveretti facevano tutt’altra vita. Il più giovane di loro avrà avuto settant’anni. (…) Alcuni erano ammalati, altri erano autonomi, però erano tutti tristi. Ogni giorno ne moriva uno. Qualcuno, che non accettava di stare chiuso lì dentro, si è suicidato buttandosi dalla finestra».
Il riscatto
Piero:
«Per tutto questo tempo ho sempre pensato che non avrei potuto vivere in modo indipendente e libero. Tutti mi avevano convinto che non ce l’avrei mai fatta, che il mondo “fuori” non era per noi “diversi”. Frequentando la scuola, non mi era più chiaro perché dovevo vivere chiuso al Cottolengo, la mia vita non aveva più senso. Mi chiedevo perché ero nato, perché ero nato così. Per la prima volta cominciavo a pormi delle domande, ma non riuscivo ancora a vedere come avrei potuto vivere diversamente».
Roberto:
«A scuola in un tema di italiano avevo parlato del mio desiderio di costruirmi una mia vita autonoma fuori dall’istituto. La mia insegnante ne è rimasta colpita e ne ha parlato a tutta la classe. Insieme abbiamo maturato l’idea di inviare una mozione al sindaco e all’amministrazione comunale in cui chiedevamo l’assegnazione di un alloggio popolare. Questa mozione è stata firmata da tutti gli studenti della scuola, anche da quelli della succursale. Era stato un momento magico per me. Avevo sentito con me i miei compagni: conoscevo per la prima volta la solidarietà collettiva, lottavano per me e per Pierino, ma anche e soprattutto per affermare il diritto di tutti ad avere una vita degna di questo nome».
Il percorso di definitiva emancipazione dal Cottolengo portò Piero e Roberto, con l’aiuto del Csa, a vivere in una casa popolare, assegnata insieme all’assistenza personale di cui avevano bisogno, sommando le loro abilità: nessuno dei due avrebbe avuto i requisiti per l’assegnazione del domicilio da solo; il Comune sperimentò di valutare le loro potenzialità insieme, in modo da sommare i punti di forza e limitare quelli di debolezza. Quando gli enti locali erano capaci davvero di innovare e non di trincerarsi dietro il ritornello delle risorse che mancano o alle rigide burocrazie.
Patrimonio Unesco?
A fronte di questa realtà di sofferenza e di segregazione, stona l’iniziativa della diocesi di Torino — immediatamente rilanciata con entusiasmo dal Comune, con il sindaco Lo Russo, e dalla Regione, con il presidente Cirio — di candidare il “chilometro quadrato della Carità” di Torino a patrimonio dell’Umanità Unesco, celebrando «le esperienze straordinarie come Valdocco, il Cottolengo, la Consolata, il Sermig e il Distretto Sociale Barolo».
«I Santi che operarono nell’Ottocento — ha osservato l’arcivescovo di Torino, Roberto Repole — mobilitarono la città nella lotta alle grandi sofferenze dei poveri, realizzarono in pochi decenni opere meravigliose sul fronte della cura dei malati (Piccola casa del Cottolengo)…».
Una “meraviglia” di cui Piero e Roberto — e tanti come loro, senza voce — avrebbero fatto a meno e che certamente non avrebbero candidato al riconoscimento Unesco. Quale memoria viva della loro umanità — dell’umanità dei più deboli, non di chi li ha “amministrati” non riconoscendo le loro esigenze come “normali” o degne di “comparire in pubblico” — vogliamo conservare?
Articolo pubblicato su ControCittà, maggio–giugno 2026.
