1. Il volontariato tra carità e giustizia

Riportiamo di seguito l’articolo di Claudio Ciancio (Professore ordinario di filosofia teoretica, Università del Piemonte orientale) dal titolo “Il volontariato tra carità e giustizia” (tratto da Prospettive assistenziali n. 137, 2002). Si tratta di una importante riflessione sulle differenze e sul rapporto tra carità e giustizia, contro le “scorciatoie” che le confondono. La carità non sostituisce i diritti e la politica; la giustizia non esaurisce la carità che però deve essere un di più. Nel volontariato sociale il baricentro va spostato dall’assistenza discrezionale alla tutela di diritti esigibili, agendo sulle cause oltre che sugli effetti.

1. Nella cultura e nella sensibilità dei cattolici la distinzione e il rapporto fra ordine della carità e ordine della giustizia stentano ancora a definirsi con chiarezza e danno luogo a non poche incertezze, oscillazioni e confusioni. Da un lato si tende a risolvere la giustizia nella carità e con ciò si finisce per sorvolare sulle specifiche esigenze della giustizia. Dall’altro si tende a convogliare la carità nella giustizia e con ciò si rischia di non riconoscere più che le istanze della carità non sono soddisfatte dalla giustizia. Nascono di qui certi atteggiamenti tipici dei cattolici di fronte alla politica.

Nel primo caso abbiamo l’atteggiamento impolitico, per il quale la pratica politica, anche quando sia ispirata da accettabili criteri di giustizia, viene considerata un’attività inferiore e imperfetta. Poiché si ritiene che la carità, in quanto è superiore alla giustizia, sia capace di soddisfare con sovrabbondanza le sue esigenze, allora la pratica politica, volta a realizzare la giustizia, appare al limite come inutile (se tutti praticassero la carità, non ci sarebbe bisogno di leggi, ecc…), oppure appare come una pratica inferiore propria in fondo di chi non sa elevarsi al piano della carità.

Nel secondo caso, invece, quando cioè la carità è convogliata nella pratica della giustizia, il rischio è quello di un’ipertrofia della politica, che, proprio in quanto è assunta come espressione della carità, viene caricata di aspettative e di valori che eccedono enormemente le sue possibilità.

Non voglio dire, ovviamente, che il cattolicesimo politico non abbia elaborato le distinzioni opportune, non abbia cioè riconosciuto allo stesso tempo l’importanza e la laicità della politica. Dico piuttosto che quelle oscillazioni e confusioni sono una tentazione ricorrente anche in quei cattolici che sono consapevoli delle distinzioni. Basti pensare, ad esempio, a quella dose di cinismo che caratterizza l’operato di importanti uomini politici cattolici. In quel cinismo, che pure si accompagna alla serietà dell’impegno, si manifesta l’impoliticità del cattolico che della politica non solo vede i limiti, ma anche la sostanziale vanità, con la pericolosa conseguenza di un’estrema disinvoltura legittimata precisamente dallo scarso valore attribuito all’agire politico. E si pensi poi, sull’altro versante, al rischio di fanatismo che inerisce a quell’agire politico nel quale si riversi senza mediazioni l’ispirazione religiosa.

Il pericolo è dunque quello della sintesi affrettata, non importa se sia della giustizia con la carità o della carità con la giustizia e non importa se sia di destra o di sinistra (ambedue gli esiti sono possibili nei due casi). Non intendo peraltro in questo articolo svolgere in tutta la sua ampiezza la questione del rapporto fra cristianesimo e politica, che pure inevitabilmente sta sullo sfondo. Le mie osservazioni si limiteranno piuttosto al rapporto fra carità e giustizia nella concezione e nell’azione del volontariato sociale.

2. Contro le sintesi affrettate non sono mancati autorevoli pronunciamenti anche in ambito ecclesiale. Penso in particolare al Concilio Vaticano II che nel Decreto sull’Apostolato dei laici raccomanda che «siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia; si eliminino non soltanto gli effetti, ma anche le cause dei mali; l’aiuto sia regolato in tal modo che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventino sufficienti a se’ stessi» (n. 946). Il passo è chiarissimo nel richiedere che si distingua nettamente fra giustizia e carità, nel riconoscere che un semplice intervento caritativo (sugli effetti) non è sufficiente senza interventi a livello economico, politico e sociale (sulle cause), e infine che l’intervento caritatevole deve tendere a superare se stesso.

Questi semplici principi, che, se applicati, modificherebbero significativamente l’atteggiamento e la cultura dei cattolici nei confronti dei problemi assistenziali e sociali in genere, dopo molti anni stentano ancora ad imporsi con chiarezza. Un esempio di questa difficoltà è la lettera pastorale *Novo millennio ineunte* scritta da Giovanni Paolo II a conclusione del Giubileo del 2000. In essa non manca il richiamo all’autonomia della società civile e alla conseguente esigenza che i cristiani operino in essa rispettandone gli specifici principi (n. 52). E tuttavia quando si affronta il tema delle “vecchie e nuove povertà” l’accento cade in modo esclusivo sulla carità e sulla tradizionale prassi di carità: «Si tratta di continuare una tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva. È l’ora di una nuova “fantasia della carità”, che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione» (n. 50).

Si tratta ovviamente di accenti, si può sempre dire che una cosa non esclude l’altra, e tuttavia colpisce il fatto che di fronte alla diagnosi dei mali sociali vi sia un richiamo esclusivo alla tradizione caritativa dei cristiani. Diceva don Milani che “La giustizia senza la carità è incompleta; ma la carità senza la giustizia è falsa”. Un principio, questo, che corregge in profondità le tradizionali impostazioni, perché se non nega la superiorità della carità, la vincola però strettamente all’esercizio della giustizia. Di modo che ogni discorso e ogni prassi di carità che scivoli via sulla giustizia diventa una negazione non solo della giustizia ma anche della stessa carità. In effetti che carità è quella che mentre risponde a un bisogno, finisce però per trascurare i diritti del soggetto bisognoso? Eppure, come ha scritto Giovanni Nervo, “la cultura cattolica è più attenta all’assistenza che alla tutela dei diritti, e ha una certa difficoltà a coniugare armonicamente carità e giustizia” (*Il consenso democratico rafforza le disuguaglianze?* Bologna 1994, p. 103).

L’equivoco su questo punto ha prodotto distorsioni gravi nell’atteggiamento dei cristiani verso i problemi sociali. Il primato esclusivo attribuito alla carità si è tradotto in primo luogo nel primato accordato all’assistenza e in secondo luogo in una concezione e in una pratica assistenzialistica del servizio sociale. Perciò non solo i cattolici in generale si sono impegnati di più nel settore assistenziale considerandolo privilegiato rispetto ad altri settori dell’attività sociale e politica, ma anche (e di conseguenza) hanno praticato l’assistenza in modo distorto, e cioè: a) con insufficiente attenzione non solo alla tutela dei diritti ma anche alla rimozione delle cause del bisogno, con una conseguente pratica assistenziale di carattere tendenzialmente emarginante; b) con un atteggiamento privatistico, in conseguenza del quale la discrezionalità dell’intervento prevale sul diritto alla sua fruizione e si concede ampia delega al volontariato; c) accordando un certo privilegio alle organizzazioni ecclesiali nella pratica dell’assistenza, nella convinzione che in fatto di assistenza (in quanto è concepita come espressione della carità) i cristiani abbiano una superiore “competenza”.

3. Nell’attuale straordinaria espansione del volontariato sociale di matrice cattolica non è difficile scorgere la permanenza di questi motivi. È ben noto che questa espansione consegue (già da molto tempo) al crollo delle speranze di trasformazione della società, costituendo l’aspetto più nobile – e potremmo dire meno privatistico – del ritorno al privato. Il volontariato è praticato, a seconda dei punti di vista, come la necessaria integrazione e il perfezionamento dell’impegno politico o come il suo surrogato.

Nell’azione di volontariato si ha la sensazione di avere una presa molto più diretta sulla realtà, di operare in modo più circoscritto ma più incisivo, di potersi sottrarre ai “giochi” e alla strumentalità dell’agire politico, di conservare più facilmente la fedeltà ai propri principi senza sporcarsi troppo le mani. Insomma il volontariato, se certamente è faticoso e impegnativo, se nasce molto spesso da impulsi di grande generosità (ed è chiaro che su questo piano merita grande rispetto e ammirazione), ha d’altra parte il vantaggio di essere molto più gratificante di un’azione politica onesta, che, senza soddisfare interessi personali, s’impiglia in mille defatiganti mediazioni e, per quanto aperta su un orizzonte vasto, riesce solo con molta difficoltà e dopo lungo tempo a produrre risultati visibili.

Nell’azione del volontariato si manifesta molto spesso una specie di rivalsa nei confronti della politica: una denuncia dei suoi intrighi e della sua impotenza, una rivendicazione del primato della società civile, un’affermazione del primato dell’ordine etico (e religioso). Questa vittoria del volontariato sulla politica è in fondo la vittoria dell’immediato sulla fatica della mediazione. Ritornare ai rapporti immediati (famiglia, amicizia, volontariato) è da un lato una reazione alla complessità sociale che appare indominabile, ma dall’altro è una regressione verso una semplificazione gravida di rischi reazionari.

Oggi è in discussione la politica come tale, vale a dire la pratica della giusta mediazione degli interessi e dei bisogni, a favore dell’antipolitica, cioè della pratica della soddisfazione immediata. E la stessa politica, come diventa sempre più evidente, assume le forme dell’antipolitica, cioè passa attraverso il privilegiamento della personalizzazione del rapporto sulla mediazione partitica e dei risultati sulle procedure (che è di nuovo una vittoria dell’immediato sulla mediazione). Quel che il ’68 pretendeva, e cioè “tutto e subito”, lo pretendeva utopicamente come risultato della politica, mentre ora è rimasto il “tutto e subito” giocato contro la politica e cioè primitivamente, regressivamente.

L’enfasi che oggi si pone sul volontariato non è estranea a ciò e s’incontra, ricevendone un potente sostegno, con l’ideologia liberistica. Ideologia del volontariato e ideologia liberistica sono accomunati dalla diffidenza contro l’invadenza della politica, dall’esaltazione dell’iniziativa privata, dal culto dell’efficienza. Sono accomunati – per restare all’ambito specifico di questa riflessione – dalla convinzione che la soluzione dei problemi assistenziali spetti in gran parte alla società civile e che i poteri pubblici debbano intervenire solo là dove la società si rivela carente. Questo principio, che viene interpretato come principio di sussidiarietà, sembra molto ragionevole. In realtà si traduce nella rinuncia a definire politicamente e a sostenere standard adeguati di protezione sociale, assegnando alla politica una funzione di tappabuchi, di ammortizzatore dei conflitti. È la società che si autoregola, lasciando alla politica il compito di turare le falle maggiori.

Se l’ideologia del volontariato difende il primato dell’etica e della carità e l’ideologia liberistica il primato della libera iniziativa, il risultato comune è la restrizione della politica, che si traduce, in un caso e nell’altro, nella sostanziale indifferenza riguardo alla rimozione delle cause che provocano i bisogni assistenziali e riguardo alla definizione di diritti esigibili. In questo modo l’assistito resta quello che è sempre stato: non un soggetto di diritti ma un oggetto della beneficenza privata e pubblica.

4. Un nuovo aspetto rilevante di questa convergenza fra volontariato e liberismo è l’avvicinamento del primo alla logica d’impresa e agli interessi del mercato. Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse del mercato per i servizi alla persona (scuola, sanità, assistenza) sia perché alcuni bisogni sono aumentati (specialmente quelli degli anziani cronici) sia perché è aumentata la sfiducia nell’efficacia e nell’economicità dell’intervento pubblico. D’altra parte in molti casi il volontariato, proprio in virtù della crescita della sua iniziativa e quindi della sua dimensione organizzativa, si è avvicinato alla logica d’impresa. Ne sono nati ibridi che destano qualche perplessità, come nel caso di molte cooperative sociali nelle quali la pretesa di fondere spirito del volontariato e spirito d’impresa finisce per produrre lavoro sottopagato e sfruttamento.

La legge di riforma dell’assistenza e dei servizi sociali (328/2000) ha riconosciuto alle cooperative sociali non solo ampio spazio ma anche rilevanti privilegi nel sostegno alla formazione degli operatori, nell’accesso al credito agevolato e ai fondi europei, nell’assegnazione e regolamentazione di compiti assistenziali. Questi privilegi non sembrano giustificati dalla qualità dei servizi erogati né dalla (indiretta) funzione sociale che le cooperative svolgono in quanto assumono lavoratori svantaggiati. La prima è in molti casi carente soprattutto sotto il profilo della continuità del servizio, la seconda produce inserimenti lavorativi in molti casi emarginanti. Ciò che giustifica quei privilegi è allora soprattutto il persistere, nonostante i passi in avanti che si sono fatti negli ultimi decenni, di una concezione discrezionale ed emarginante dell’assistenza, in virtù della quale l’Ente pubblico tende a delegare e a deresponsabilizzarsi senza intervenire sulle cause dell’emarginazione ma anzi riproducendola in nuove forme.

La citata legge di riforma in effetti mantiene, al di là delle apparenze, la vecchia impostazione secondo la quale le prestazioni assistenziali non sono, esclusi pochi aspetti già precedentemente previsti, oggetto di diritti soggettivi o meglio i diritti vengono affermati in linea di principio senza però che vengano definiti gli obblighi degli Enti pubblici in ordine al loro soddisfacimento. E ciò dopo che già dal 1985 il Governo aveva approvato un decreto che, pur avendo natura meramente amministrativa (cfr. la sentenza della Cassazione n. 10150/1996), è stato utilizzato per il trasferimento (illegittimo) dalla sanità all’assistenza della competenza sugli anziani cronici non autosufficienti, con la conseguenza che, proprio nel momento in cui questo settore d’intervento diventa più rilevante, viene di fatto sottratto all’ambito dei diritti esigibili.

Insomma, dopo molti anni e infinite battaglie non si è ancora giunti al riconoscimento reale dei diritti assistenziali, anzi in alcuni casi si sono fatti passi indietro. Un segno molto eloquente della difficoltà di riconoscere quei diritti è il fatto che anche coloro che vogliono superare la vecchia pratica emarginante dell’assistenza rischiano talvolta di andare troppo oltre, identificando diritti sociali uguali per tutti che non tengono conto della specificità dei bisogni assistenziali. Non si può pensare che esistano solo diritti sociali uguali per tutti, perché questo significherebbe o erogare servizi anche a chi non ne ha bisogno o scaricare sulle famiglie e sul privato (volontariato o impresa) esigenze specifiche che i servizi sociali “normali” non possono soddisfare.

Occorre allora pensare, finalmente, la prestazione assistenziale come diritto esigibile da tutti coloro che si trovano in condizioni specifiche (allo stesso modo delle prestazioni sanitarie). Si tratta cioè di assumere da parte dell’Ente pubblico l’assistenza come un settore di importanza primaria e non delegabile in quanto concerne la difesa di diritti essenziali dei cittadini, allo stesso modo – ripeto – della sanità o della scuola, che non sono (o non sono ancora) delegate al privato o lo sono in misura molto limitata e nel rispetto di rigidi standard. L’assistenza invece continua ad essere un settore marginale dell’intervento pubblico volto non tanto a promuovere diritti quanto piuttosto a tamponare falle sociali, in gran parte delegato ai privati, e in ogni caso senza garanzia di standard minimi comuni a tutti gli enti erogatori di servizi.

È appena il caso di dire che con ciò non voglio difendere uno statalismo ad oltranza. Anzi ritengo che si debba dare riconoscimento al volontariato privato più largamente diffuso, vale a dire quello parentale. Che l’assistenza venga di fatto abbandonata alla famiglia senza sostegni né interventi pubblici è un fatto che conferma come essa sia considerata un settore secondario e delegabile. Non si vuole peraltro nemmeno escludere il privato non famigliare, ma occorre che siano garantite prestazioni omogenee su tutto il territorio nazionale, rispondenti tutte a requisiti minimi, gestite a costi ragionevoli e nel rispetto dei diritti non solo degli assistiti ma anche dei lavoratori. Quel che nell’assistenza va spostato è il baricentro: dall’interesse privato all’interesse pubblico, dalla marginalità sociale ai diritti, dalla casualità e dall’arbitrio all’uguaglianza.

5. Per favorire questo spostamento del baricentro il volontariato deve cambiare natura. In primo luogo dovrebbe opportunamente assumere un carattere più politico come strumento di difesa e di promozione dei diritti degli assistiti. Ciò significa non che debba tralasciare di aiutare le persone in situazione di bisogno, ma che deve appunto spostare il baricentro, non tanto rivendicare sostegni e incarichi dall’Ente pubblico quanto piuttosto adeguare il proprio lavoro alle esigenze di un’estensione e omogeneizzazione delle prestazioni dei servizi fondamentali (istruzione, sanità, casa, ecc.) e degli interventi assistenziali (nei casi in cui siano necessari).

Probabilmente è necessario anche un profondo cambiamento nell’immagine e nell’autocomprensione del volontariato. Penso in particolare a quello cattolico, che è di gran lunga il più diffuso ed è anche quello che conosco meglio. Ora il cambiamento necessario consiste nel non pensare più non solo la politica ma neanche il servizio sociale volontario come espressione adeguata della carità cristiana. In questa idea infatti si nasconde un equivoco, che riguarda non soltanto la concezione dell’assistenza, ma anche quella della stessa carità.

La carità attiene all’ordine del gratuito, del sovrabbondante, di ciò che eccede la giustizia. Ora il riconoscimento dei diritti sociali è un atto di giustizia e non riguarda la carità. Naturalmente si può dire che è atto di carità battersi per il riconoscimento di diritti che non sono riconosciuti o conculcati. In questo senso forse David Maria Turoldo parlava di santi della giustizia osservando che “la chiesa […] non ha mai canonizzato i santi della giustizia, preferendo in assoluto quelli della carità. Anzi, i caduti della giustizia non li considera neppure santi” (M.N. Paynter, *Perché verità sia libera*, Milano, Rizzoli, 1992, p. 121). Sicuramente fra i volontari ci sono moltissime persone ammirevoli che operano in spirito di carità, ma è importante che esse distinguano chiaramente la motivazione soggettiva dal lato oggettivo del loro agire.

Vale a dire che se, come ho detto, può essere espressione di carità far sì che siano riconosciuti bisogni e diritti sociali che non lo sono (e certo va riconosciuto che nei secoli la Chiesa ha sollecitato l’attenzione ai bisogni assistenziali adoperandosi per soddisfarli), non lo è invece il contenuto e il fine di quell’agire, appunto perché è un’azione di giustizia. Senza questa distinzione, accade inevitabilmente che le prestazioni assistenziali erogate vengano pensate come prestazioni non dovute, non solo dal singolo volontario ma nemmeno dalla società, come prestazioni attribuibili e affidabili soltanto allo spirito caritatevole, con una sopravvalutazione della funzione del volontario e una sottovalutazione del diritto dell’assistito.

Se anche è vero che è molto più della giustizia, la carità deve però trovare in questa il suo limite, limite che riguarda l’uguaglianza dei diritti, che deve essere garantita al di là delle eccezionalità, discrezionalità e personalizzazione dell’intervento caritatevole.

6. E come la carità deve trovare un limite nella giustizia, così inversamente e a maggior ragione la giustizia deve trovare un limite nella carità. La carità è infatti sempre altro rispetto alla giustizia. Si ricordi ad esempio il famoso passo della I lettera ai Corinti (13, 3), che distingue nel modo più drastico la carità non solo dalle opere di giustizia, ma anche da quelle che abitualmente vengono definite opere di carità. Se è vero che certe opere, sia quelle che consistono nel rendere giustizia sia quelle che donano al di là della misura della giustizia, possono essere espressione dello spirito di carità, è anche vero che quando queste opere diventano istituzione, organizzazione o anche semplicemente prassi consueta, allora è possibile, anzi normale, che lo spirito di carità, di cui sono l’oggettivazione, si ritiri da esse.

La carità è sempre qualcos’altro rispetto a qualsiasi azione sociale: non solo è un’eccedenza in quanto è soggezione all’altro, assunzione della responsabilità per l’altro oltre il limite della reciprocità, ma è anche qualcosa di difficilmente afferrabile ed è visibile in molti casi solo agli occhi della fede. Il resto è tutt’al più agire morale (e anche qui bisogna distinguere l’opera dall’intenzione) e l’agire morale non è in linea di principio meritorio né tanto meno caritatevole: è semplicemente fare quel che si deve.

Alla carità spetta un altro spazio, uno spazio inesauribile che nessuna azione sociale può occupare. L’averla identificata prima con la beneficenza e poi con le opere sociali non solo ha snaturato queste, ma anche ha ridotto il suo senso e il suo spazio e l’ha snaturata anch’essa. La carità appartiene a un ordine proprio e irriducibile. Non appartiene all’ordine della giustizia, come testimonia la parabola degli operai dell’ultima ora (Matteo 20, 1-16); non ha riguardo per l’efficacia dei risultati, come dimostra l’episodio dell’obolo della vedova (Luca 21, 1-4); appartiene all’ordine dell’invisibile, come mostra tutto il cap. 6 di Matteo e in particolare i vv. 3-4: “Quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta”.

La carità porta con sé, per chi crede, una riserva di senso e di possibilità, una riserva che ha reso possibile e ancora deve rendere possibile una critica e una rottura dei modelli di giustizia esistenti e che non s’identifica con nessun nuovo modello, perché in ogni caso supera la giustizia. La carità sospende e oltrepassa sempre l’ordine vigente, la giustizia vigente, mostrando quanto di insufficiente e anche di ingiusto essa contenga. Si può dire che la carità sia l’istanza critica che svela i limiti della giustizia, allo stesso modo in cui, nella prospettiva di S. Paolo, la grazia segna la crisi della legge e ne svela il limite radicale (che consiste nel fatto che essa rende consapevoli del peccato ma non dà la forza per vincerlo). Ma se la carità si risolve nella giustizia, allora l’istanza critica viene meno.

Fra carità e giustizia vi è dunque, in conclusione, una limitazione reciproca, e perciò una tensione irrisolvibile, che un cristiano consapevole deve riconoscere, e patire, senza cercare facili scorciatoie.