2. Sentenza 152/2020: conferma della forza del volontariato dei diritti
Riportiamo integralmente l’articolo “Pensione di invalidità, più che raddoppiato l’importo. Storica vittoria del volontariato dei diritti”, pubblicato da Prospettive assistenziali, n. 211, 2020, che mostra l’efficacia del “volontariato dei diritti”. Attraverso un’analisi normativa approfondita e rigorosa, l’avvio di una causa pilota e una continua e coraggiosa attività, UTIM – Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva e il suo presidente Vincenzo Bozza hanno trasformato un’ingiustizia strutturale, che si protraeva da anni (senza che nessuno intervenisse adeguatamente), in un diritto esigibile. Dalla sentenza della Corte costituzionale n. 152/2020 del 20 luglio 2020 discende difatti l’incremento automatico (raddoppio!) della pensione per gli invalidi civili totali. Non un favore, ma un diritto. Un risultato “per tutti” ottenuto da pochi determinati.
Passa da 286 a 651 euro l’assegno mensile per gli invalidi civili grazie alla battaglia di Vincenzo Bozza e dell’UTIM – Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva – Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva. Svolta epocale frutto della promozione dei diritti e della pronuncia della Corte costituzionale: Governo e Parlamento obbligati a modificare l’importo erogato automaticamente da agosto 2020. Una conquista «per tutti», ma non «di tutti»: l’assenza di associazioni, sindacati, chiese e operatori dei servizi nella rivendicazione di un importo dignitoso.
Il provvedimento è di quelli che segnano un punto di non ritorno, frutto di una conquista epocale. Dal 1° novembre 2020 la pensione per gli invalidi civili totali maggiorenni, somma che dovrebbe assicurare il loro mantenimento al di là di spese sanitarie e prestazioni collegate all’indennità di accompagnamento, aumenterà in automatico, senza bisogno di richiesta all’INPS, a 651,51 euro al mese per 13 mensilità.
Si tratta di un importo più che raddoppiato rispetto all’attuale somma di 286,81 euro, giudicata dalla Corte costituzionale illegittima e assolutamente insufficiente persino ad assicurare la sopravvivenza, con una storica sentenza depositata il 20 luglio scorso, estensore il giudice Mario Rosario Morelli, da pochi giorni eletto presidente della Consulta. Con il decreto «Rilancio» il Governo – dopo che l’Avvocatura dello Stato aveva sostenuto davanti alla Corte ragioni contrarie all’aumento – ha disposto l’adeguamento degli assegni al vecchio «milione di lire», incrementato dell’inflazione annuale.
La sentenza definisce criteri di reddito (e non di menomazione) per l’accesso all’importo maggiorato della pensione, ma non prefigura – com’è stato paventato da alcune incaute dichiarazioni di associazioni di rappresentanza delle persone con disabilità – una discriminazione tra persone con disabilità.
Ecco perché. Alla persona con disabilità, invalida al 100%, che non ha alcun reddito, la pensione viene integrata dal mese di agosto 2020 a 651,51 euro al mese, che corrispondono, per 13 mensilità, a 8.469,63 euro. In coerenza con questa cifra, il limite di reddito personale di riferimento per ottenere la maggiorazione della pensione è fissato in euro 8.469,63. Il che significa che, se il reddito della persona con disabilità invalida al 100% è pari o superiore a tale importo, non riceverà l’integrazione, pur continuando a percepire la pensione; se il reddito è più basso di tale importo, riceverà un’integrazione dell’attuale pensione di 286,81 euro al mese tale da farlo arrivare agli 8.469,63 euro annuali. Il limite di reddito coniugale per ricevere l’integrazione/maggiorazione è di 14.447,42 euro.
Il nuovo assegno sarà retroattivo, a partire appunto dal 20 luglio, e non vincolato alle disponibilità di un particolare «fondo» nazionale (qualche forza politica aveva provato a intestarsi la vittoria quest’estate, depositando emendamenti in Parlamento per l’istituzione di un provvedimento «ad hoc» che nulla aveva a che spartire con la pronuncia della Consulta, che ha come effetto l’erogazione delle nuove pensioni senza vincoli di «fondo»). L’importo viene erogato dal bilancio generale dello Stato, come le altre prestazioni previdenziali.
La battaglia in tema di diritti per il riconoscimento del mantenimento delle persone con invalidità totale è una storia tutta torinese. Parte dalla perseveranza di un padre, Vincenzo Bozza, presidente dell’UTIM – Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva e papà di Silvia, invalida totale dalla nascita. Insieme a mamma Rita e all’avvocato Mario Motta – con il sostegno del CSA – Coordinamento Sanità e Assistenza e del decano del volontariato dei diritti, Francesco Santanera – hanno percorso la strada del diritto con una causa pilota, mettendo in luce la discriminazione che l’importo «da fame» della precedente pensione portava con sé.
L’iniziativa è stata presa in totale solitudine dall’UTIM – Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva. Nonostante la pensione di invalidità sia vigente dall’inizio degli anni Settanta (legge 118/1971), mai alcuna organizzazione aveva contestato – rimettendo il giudizio alla terzietà dell’Autorità giudiziaria – che l’importo erogato fosse insufficiente per il mantenimento e non dignitoso per la persona con disabilità. Non i sindacati, non le chiese e le organizzazioni di ispirazione religiosa. È significativo che nei decenni trascorsi non vi sia stato un operatore dell’assistenza o un sindaco con compiti di tutore che abbia ricorso contro l’importo della pensione da fame permanente degli invalidi civili totali, nonostante che il ricorso all’Autorità giudiziaria potesse essere inoltrato a titolo gratuito utilizzando il principio del gratuito patrocinio. Adesso, sulla base del ricorso di un aderente al CSA – Coordinamento Sanità e Assistenza, la Corte costituzionale ha elevato l’importo a circa 651 euro. È sperabile, in aggiunta, che finalmente qualcuno si decida a presentare un altro ricorso diretto a richiedere un importo corrispondente al minimo vitale economico.
Bocciata in primo grado dal Tribunale di Torino, la causa è stata ritenuta «non manifestamente infondata» dalla Corte d’Appello di Torino, che ha inviato gli atti alla Corte costituzionale nel maggio del 2019.
Fino a prima della sentenza, infatti, l’importo «maggiorato» (a 651 euro) della pensione di invalidità era riconosciuto solo al compimento dei sessanta anni di età, situazione che poneva in essere, secondo la Corte costituzionale, una disparità immotivata. Perché la ricorrente, cinquantenne con grave disabilità, invalida totale dalla nascita, avrebbe dovuto godere di condizioni diverse, meno favorevoli, rispetto a una persona nelle stesse condizioni, solo con dieci anni di più? Non solo: tra i rilievi che la Corte d’Appello ha inviato alla Consulta spiccava quello dell’inadeguatezza dell’importo: «Insufficiente a garantire il soddisfacimento delle minime esigenze vitali», figurarsi un mantenimento dignitoso come quello sancito dalla Costituzione all’articolo 38.
Ora che il risultato è «una conquista per tutti», Bozza osserva: «Il percorso è stato accidentato e faticoso, forse impossibile per una famiglia da sola; l’esito ha confermato il valore del volontariato promotore dei diritti, capace di creare vero riconoscimento della dignità dei più deboli e di mobilitare a loro favore ingenti risorse economiche».
