Rassegna 20 giugno 2026

Sotto il rumore della politica estera che occupa le prime pagine, le edizioni di oggi restituiscono la solita gerarchia: i diritti dei più fragili vengono prima invocati e poi lasciati alla burocrazia. Una vedova di novantasei anni deve farsi trasportare in carrozzina da un ospedale all’altro per “dimostrare” un’invalidità che lo Stato potrebbe riconoscere d’ufficio sui dati che già possiede; mentre il fine vita torna davanti alla Corte costituzionale, restano inevase le cure domiciliari e residenziali esigibili da chi non è autosufficiente, e proprio dove i livelli essenziali sono negati la richiesta di morte rischia di diventare l’unica risposta. Sul fronte del lavoro, un’operaia travolta in un deposito GTT ricorda che la sicurezza non può essere trattata come una variabile delle esigenze produttive. Sono volti diversi della stessa questione: la dignità della persona non autosufficiente non si afferma con le dichiarazioni, ma con prestazioni, tempi e tutele certe.

 

La Verità

«Noi guariamo i malati, non li ammazziamo»: oltre 270 medici contro il suicidio assistito, e l’attesa per la Consulta del 23 giugno
*p. 14 — Francesca Ronchin e una lettera collettiva di oltre 270 medici*

La pagina ospita due interventi sul fine vita. Il primo è la pubblicazione integrale di una lettera aperta sottoscritta da oltre duecentosettanta medici di varie Regioni, che chiedono di non introdurre una legge sul suicidio medicalmente assistito, definito «deontologicamente inaccettabile», ricordando che il diritto di rifiutare le cure è già garantito dall’ordinamento e va accompagnato dal pieno accesso alle cure palliative; la lettera richiama la figura di Cicely Saunders, fondatrice degli hospice.

Il secondo pezzo illustra l’udienza della Corte costituzionale del 23 giugno sulla sentenza 242/2019: l’Associazione Luca Coscioni — con il tesoriere Marco Cappato e le attiviste Felicetta Maltese e Virginia Fiume, indagate per aver accompagnato in Svizzera una donna di ottantanove anni affetta da Parkinson — punta a rimuovere il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, mentre otto pazienti con patologie irreversibili, contrari alla morte assistita, chiedono che la questione sia dichiarata inammissibile. Sullo sfondo resta il Ddl Bazoli all’esame del Parlamento.

Il dibattito non nasce dal nulla. Nelle scorse rassegne il nodo era già emerso con nettezza: prima di aprire percorsi di fine vita occorre garantire le cure socio-sanitarie esigibili. È la questione sollevata dal caso dell’ASL TO4, dove a fronte dell’avvio di una commissione sul suicidio assistito sono stati denunciati oltre tremila non autosufficienti senza prestazioni in RSA o a domicilio. La cornice normativa — la legge 219/2017 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, la legge 38/2010 sulle cure palliative — esisteva già; la posta in gioco resta che la garanzia dei diritti alle cure venga prima, e non dopo, ogni valutazione sul fine vita.

 

Il Fatto Quotidiano

**Invalidità: una dignità calpestata a 96 anni dalla burocrazia di Stato**
*p. 12 — rubrica delle lettere “Lo dico al Fatto”*

La denuncia riguarda una vedova di novantasei anni, con un ISEE di circa seimila euro e una pensione di seicento euro al mese, costretta a presentare domanda cartacea, attendere mesi ed essere trasportata in carrozzina da un ospedale all’altro per sottoporsi a visite di ortopedici, neurologi e commissioni mediche, al solo fine di vedersi riconosciuto il diritto all’invalidità civile. La proposta avanzata è semplice: superata una certa soglia anagrafica e in presenza di un ISEE manifestamente basso, l’invalidità e l’accompagnamento dovrebbero essere riconosciuti d’ufficio, poiché lo Stato dispone già dei dati anagrafici e reddituali. La replica della redazione aggiunge l’analogo aggravio rappresentato dalla dichiarazione dei redditi per i pensionati al minimo.

Il caso si inserisce in una vicenda già documentata. La “prestazione universale” da ottocentocinquanta euro mensili per gli over 80 con ISEE inferiore a seimila euro ha registrato una platea teorica di venticinquemila persone e poco più di duemila ammessi; un tribunale ha condannato il Comune di Torino a ricalcolare la retta di una comunità socio-sanitaria sulla sola base dell’ISEE, escludendo dal computo l’indennità di accompagnamento e la pensione di invalidità; un decreto attuativo del PNRR prevede ormai l’acquisizione d’ufficio dell’ISEE direttamente dall’INPS. La direzione di marcia — alleggerire il cittadino e far dialogare le banche dati pubbliche — è tracciata: resta da applicarla a chi, per età e condizione, ha meno strumenti per difendersi dalla macchina burocratica.

 

Corriere della Sera Torino e La Stampa

**Operaia travolta da un bus nel deposito GTT di corso Novara**
*Corriere della Sera Torino, p. 7, Alberto Giulini — La Stampa, p. 45, Caterina Stamin*

Una donna di quarantacinque anni, addetta al piazzale del deposito GTT di corso Novara, è stata travolta da un autobus in manovra in retromarcia e ricoverata in gravi condizioni. Soccorsa dal 118 di Azienda Zero e operata all’ospedale San Giovanni Bosco, riporta gravi fratture a braccia e gambe, con prognosi riservata; secondo La Stampa sarebbe ancora in pericolo di vita. Sull’accaduto indagano gli ispettori dello Spresal dell’ASL di Torino. GTT ha espresso vicinanza alla lavoratrice. CGIL e Filt Torino, con Federico Bellono e Giuseppe Santomauro, chiedono un’indagine approfondita e ribadiscono che la sicurezza sul lavoro «non può mai essere considerata un costo o una variabile subordinata alle esigenze produttive».

*La vicenda è coperta da entrambe le testate; La Stampa aggiunge la posizione dei sindacati e il profilo sulla sicurezza.*

L’episodio si colloca in un quadro che le nostre rassegne hanno più volte richiamato: nel solo Torinese si contano in media oltre ventisettemila infortuni sul lavoro l’anno, decine dei quali mortali, a fronte di un sistema di controlli indebolito dalla carenza e dalla scarsa retribuzione degli ispettori. La sicurezza, anche qui, è un diritto che si misura sulle condizioni concrete di chi lavora, non sulle dichiarazioni di circostanza.