Considerazioni di due non credenti in merito all’Enciclica “Caritas in Veritate”
di Mauro Perino (*) e Francesco Santanera (**)
[Riproponiamo qui un articolo – tratto da Prospettive assistenziali, n. 172, ottobre-dicembre 2010 – in considerazione dell’importanza del suo contenuto e della attualità delle riflessioni riportate].
Come persone non credenti, impegnate a diverso titolo e con ruoli diversi per la promozione e la tutela dei diritti della fascia più debole della popolazione, non abbiamo potuto che apprezzare l’affermazione, contenuta nell’enciclica “Caritas in veritate”, secondo cui: «Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di polis, di città. (…) È questa la via istituzionale – possiamo anche dire politica – della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della polis».
Posto che «la carità», secondo Benedetto XVI, «eccede la giustizia», essa però «non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso “donare” all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è “inseparabile dalla carità”, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità o, com’ebbe a dire Paolo VI, “la misura minima” di essa».
Altrettanto condivisibile è l’appello a non disattendere «i doveri della solidarietà» e l’individuazione della “causa” del sottosviluppo nella «mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli». Più opinabile – dal nostro punto di vista – è il passaggio in cui si afferma che «la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità». Un principio – tra l’altro affermato dalla rivoluzione francese che lo colloca, con pari dignità, accanto a quelli di libertà ed eguaglianza – che, secondo Benedetto XVI, ha esclusiva origine «da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna».
Del resto, sul tema del rapporto tra fede e ragione, si rileva, nell’enciclica, una palese contraddizione. Da un lato viene validamente affermato che «il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che rendere efficace l’opera della carità nel sociale e costituisce la cornice più appropriata per incentivare la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace dell’umanità» e, dall’altro, viene asserito che «lontano da Dio, l’uomo è inquieto e malato», che «senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia» e che «l’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano».
Anche in relazione al fondamentale valore del riconoscimento della pari dignità individuale e sociale di tutti gli individui e ai più elementari principi etici, non è accettabile il pronunciamento di giudizi morali non fondati sulle azioni perseguite dalle persone, ma orientati in base alla loro appartenenza o meno ad una religione (1).
Inoltre solo in parte è vera l’affermazione dell’enciclica secondo cui «la fedeltà dell’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà». A nostro avviso la libertà esige, invece, la fedeltà sia al principio della verità sia a quello dell’uguaglianza.
A questo riguardo ricordiamo che il primo comma dell’articolo 3 della Costituzione italiana stabilisce quanto segue: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
Il preoccupante arretramento rispetto al Concilio ecumenico Vaticano II
Per quanto riguarda il rapporto giustizia-carità, occorre ricordare ciò che era stato stabilito, dal Concilio ecumenico Vaticano II, nel decreto sull’apostolato dei laici, nel quale il principio «Siano adempiuti gli obblighi di giustizia perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia» era completato dalla precisazione: «Si eliminino non soltanto gli effetti, ma anche le cause dei mali, l’aiuto sia regolato in tal modo che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventino sufficienti a se stessi».
Invece nell’enciclica “Caritas in veritate” viene cancellato – fatto a nostro avviso assai allarmante – il basilare problema della prevenzione del disagio socio-economico. Infatti nulla viene proposto in merito all’eliminazione delle cause che generano povertà, emarginazione e spesso esclusione sociale.
È vero che la prevenzione investe questioni politico-sociali di notevole importanza, ma, proprio per questo motivo, l’omissione è da valutare con molta attenzione e preoccupazione.
Da un lato osserviamo che l’appello, contenuto nel decreto sull’apostolato dei laici, che risale al 1965, non solo non ha determinato nel nostro Paese alcuna iniziativa significativa di cambiamento da parte delle istituzioni pubbliche, ma non ha nemmeno prodotto azioni operative da parte delle organizzazioni cattoliche (2).
Infatti esse finora si sono limitate a denunce generiche, senza mai colpire le pur evidenti responsabilità del settore pubblico.
Ad esempio, nell’affrontare il drammatico problema della povertà in Italia, mai è stato rilevato dalle numerose pubblicazioni degli enti cattolici, che le incivili condizioni di vita delle migliaia di persone colpite da gravi handicap intellettivi, impossibilitate quindi a svolgere qualsiasi attività lavorativa e totalmente prive di altre risorse economiche, è dovuto dal miserissimo importo mensile (euro 256,67) delle pensioni di invalidità.
Parimenti non ci risulta (e gradiremmo essere smentiti anche in questo caso sulla base di dati controllabili) che siano state assunte iniziative concrete per richiedere alle istituzioni (Governo, Regioni, Comuni, Province, ecc.) che «nell’attribuzione dei finanziamenti relativi agli investimenti e alla gestione, venga riconosciuto l’assoluta priorità delle attività che incidono sulla sopravvivenza delle persone non autosufficienti a causa di malattie o di handicap invalidanti o in gravi condizioni di disagio socio-economico, specie se con minori» (3).
Per quanto riguarda l’asserita mancanza di disponibilità economiche del settore pubblico, a parte gli sprechi, l’evasione fiscale, il possesso da parte dello Stato italiano di beni (alcuni dei quali facilmente vendibili) del valore di oltre 400 miliardi di euro (4), è deplorevole che nessuna massiccia azione informativa e contestativa sia stata intrapresa dai gruppi cattolici per impedire che il Governo stanziasse recentemente, nonostante la devastante crisi economica, ben 29 miliardi di euro per l’acquisto di 131 cacciabombardieri e 100 elicotteri da combattimento (5).
A nostro avviso la sopra indicata priorità dei finanziamenti non deve riguardare solamente le spese del settore pubblico, ma anche quelle degli organismi che affermano di essere dalla parte dei più deboli.
Prevenzione del disagio socio-economico
gli interventi volti all’eliminazione delle cause del disagio socio-economico non possono, né potranno mai essere attuati (e spesso nemmeno individuati) dai singoli individui, ma sono attività assai complesse e non di breve durata che esigono l’attiva presenza di gruppi organizzati (associazioni, fondazioni, centri di ricerca, ecc.) poiché estremamente rilevanti, anche sotto il profilo economico-sociale, sono le questioni in gioco ed è scontato, sulla base delle esperienze ormai secolari, che gli enti pubblici continueranno ad essere spettatori passivi, disponibili a soddisfare solamente le richieste che possono mettere in pericolo il loro potere.
Poiché – come abbiamo già rilevato – nell’enciclica “Caritas in veritate”, non c’è alcun riferimento alla necessità, per evidenti motivi di giustizia, di assumere iniziative per la eliminazione delle «cause dei mali», Benedetto XVI non fornisce indicazioni operative alle organizzazioni cattoliche e a quelle laiche che operano nel settore socio-assistenziale.
Purtroppo è quindi facilmente prevedibile che detti enti, nonostante il rilevante numero di persone impegnate, la capillare localizzazione delle loro sedi e la notevole influenza sull’opinione pubblica e sui mezzi di informazione, continuino ad operare secondo le modalità della beneficenza discrezionale, anziché per la promozione dei diritti esigibili riguardanti il riconoscimento delle esigenze fondamentali di vita.
I limiti della politica del dono
Nell’enciclica viene dedicato ampio spazio alla gratuità. Pertanto, pur con la precisione che «la logica del dono non esclude la giustizia», contribuisce a rafforzare la teoria – contenuta anche nel Libro Bianco del Ministro Sacconi – secondo la quale è essenzialmente attraverso il dono che si concretizza correttamente il principio di sussidiarietà.
A nostro avviso non è sufficiente il dono: la concreta attuazione del fondamentale principio etico-giuridico della pari dignità di tutte le persone esige l’effettivo impegno diretto ad ottenere dalle istituzioni pubbliche il riconoscimento del diritto esigibile a condizioni di vita dignitose compatibili con la situazione economica e sociale del territorio; osserviamo che la gratuità dell’azione del privato (persona o ente) è pienamente accettabile e valida per quanto concerne, ad esempio, l’instaurazione di valide relazioni interpersonali, il sostegno morale e gli aiuti nelle situazioni di emergenza.
Come osserva giustamente Monsignor Giovanni Nervo «in situazioni di emergenza è proprio del volontariato assumere anche il ruolo di supplenza, per non lasciare mancare servizi essenziali ai cittadini. Però bisogna distinguere con chiarezza le situazioni di emergenza e le situazioni di normalità. La durata delle emergenze deve essere limitata nel tempo all’indispensabile» (6).
Monsignor Nervo precisa altresì che «la crisi economica ha indotto molto spesso il volontariato ad assumere un ruolo di supplenza dell’ente pubblico e quindi ad offrire ai cittadini un segno di benevolenza e solidarietà sociale con servizi dovuti per giustizia» (7).
Se il beneficiante fornisce, anche con continuità contributi economici ai soggetti con handicap intellettivo – che ricevono come abbiamo visto – l’insultante pensione di 256,67 euro al mese, anche se si rende conto che l’erogazione dello Stato è notevolmente inferiore ai bisogni vitali, pur condividendo il principio imprescindibile della giustizia, non ha certamente alcun potere di ottenere dal Parlamento un livello adeguato dell’erogazione in oggetto.
Analoghe le valutazioni di Andrea Tardiola che riportiamo: «Il richiamo alla cultura del dono non si ferma infatti a una mera dichiarazione di intenti ma, già nell’immediato, conferma alcune decisioni riguardanti il nostro sistema di protezione sociale e, in prospettiva, ne ispira possibili futuri sviluppi. Si prenda il caso della Carta acquisti (introdotta con il decreto legislativo 112 del 2008) che su 907 milioni di euro di finanziamento ne vede 250 derivare dalla donazione di due principali sponsor del programma: Eni ed Enel» (8). Dunque è nei fatti che la teoria del dono viene, già oggi, contrapposta a quella del diritto costituzionalmente protetto: «l’eventualità nel primo caso (il dono non è obbligatorio); l’obbligo d’intervento a fronte di un diritto insoddisfatto nel secondo» (9). Alla prova dei fatti appare ingiustificata l’affermazione contenuta nell’enciclica e secondo cui «senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia», affermazione che contrasta con l’indiscusso valore dei diritti.
In conclusione riteniamo che le persone alle quali non sono riconosciuti e attuati diritti esigibili per le loro fondamentali esigenze di vita non sono di fatto considerati cittadini e persone a pieno titolo. In altre parole si tratta di emarginati sociali oppure, nei casi più gravi, di soggetti socialmente esclusi.
Giustizia e carità secondo Padre Turoldo
Per quanto concerne la concreta attuazione del rapporto giustizia/carità ci hanno particolarmente colpito le seguenti affermazioni di Padre Turoldo, contenute nel volume di Maria Nicolai Paynter Perché verità sia libera – Memorie, confessioni, riflessioni e itinerario poetico di David Maria Turoldo, Rizzoli, 1994:
– «In fatto di carità, anche i monsignori romani sono sempre abbastanza disposti: a livello di elemosina la carità non crea problemi. È a livello di giustizia che cominciano i guai» (pag. 107);
– «La Chiesa finora non ha mai canonizzato i santi della giustizia, preferendo in assoluto quelli della carità» (pag. 121);
– «Nel codice di diritto canonico non c’è mai stato – e non c’è – un posto se non marginale per i poveri, nel diritto, esistono soltanto come “oggetti” di elemosina» (pag. 121).
Le esigenze vitali indifferibili: discrezionalità del dono e diritti esigibili
È ovvio che, per quanto attiene alle fondamentali esigenze di vita (alimentazione, vestiario, abitazione, trasporti, prestazioni sanitarie e socio-sanitarie, ecc.), gli interventi forniti a titolo di solidarietà da persone singole e da organizzazioni private sono e saranno, per forza di cose, caratterizzati dalla libera e personale generosità di coloro che donano. Ma tali azioni scontano anche il limite relativo alle disponibilità economiche dei donanti mentre, per chi ne beneficia, non vi è alcuna garanzia di continuità.
Considerate le succitate caratteristiche del dono (discrezionalità in merito ai tempi e alla consistenza), i beneficiari, pur manifestando sentimenti di riconoscenza e gratitudine, soffrono a causa dell’insicurezza del futuro, insicurezza che coinvolge spesso duramente anche i soggetti a loro carico (figli, familiari con limitata o nulla autonomia). È questa ulteriore conferma del non riconoscimento della loro dignità di cittadini e di persone.
ognuno di noi, laico o religioso, appartenente o meno ad organizzazioni pubbliche o private, dovrebbe indirizzare il proprio agire tenendo conto che il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione sancisce quanto segue: «È compito della Repubblica [e quindi di tutti noi e di tutte le organizzazioni pubbliche e private] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Occorrerebbe, dunque, che anche le organizzazioni sociali, laiche o religiose, operassero per ottenere diritti esigibili riguardanti le esigenze fondamentali di vita, nonché per la loro corretta e tempestiva attuazione.
Il dovere/dono dell’informazione
Si tratta, purtroppo, di un argomento che nonostante la sua enorme importanza, non è trattato nell’enciclica, mentre è noto che vi sono notizie che possono modificare sostanzialmente la vita delle persone e dei nuclei familiari.
A nostro avviso, coloro (persone e organizzazioni) che posseggono informazioni, soprattutto quelle riguardanti i diritti delle persone non in grado di autodifendersi, hanno il dovere civile e morale di trasmetterle secondo i mezzi a loro disposizione.
Al riguardo è deplorevole che le varie istituzioni del Servizio sanitario nazionale (Ministeri della sanità e delle politiche sociali, Regioni, Province autonome di Bolzano e Trento, Asl, Distretti socio-sanitari, ecc.) non abbiano finora predisposto un opuscolo sul diritto alle cure sanitarie e socio-sanitarie degli anziani cronici non autosufficienti e delle persone colpite dal morbo di Alzheimer o da altre forme di demenza senile.
È altresì riprovevole che questa basilare informazione, negata dalle istituzioni pubbliche, non venga fornita dalle organizzazioni cattoliche, in primo luogo dalla Caritas, nonostante che il non intervento del Servizio sanitario nazionale, non solo arrechi spesso danni anche irreparabili alla salute dei malati, ma riduca sovente i familiari a condizioni di vera e propria povertà.
Ricordiamo che da anni le organizzazioni aderenti al Csa di Torino non riescono ad ottenere dalla Caritas italiana – la cui influenza è assai rilevante e le cui sedi sono operative in tutte le zone del nostro Paese – la pubblicazione di 2-4 paginette contenenti le informazioni sulle vigenti norme (le prime leggi sono la 841/1953 e la 692/1955) in base alle quali gli anziani (e gli adulti) cronici non autosufficienti hanno il diritto pienamente esigibile e senza limiti di durata alle cure sanitarie che, come ripetiamo su questa rivista dal 1978 (10), devono essere fornite dalle Rsa (Residenze sanitarie assistenziali) senza alcuna interruzione rispetto alle prestazioni assicurate nella fase acuta, qualora i congiunti o altre persone non siano disponibili ad assumere a loro carico i compiti spettanti al servizio sanitario nazionale.
Si tratta di sollecitazioni – rivolte per iscritto ai responsabili della Caritas italiana (11) e delle sedi locali – che sono rimaste finora inascoltate (12). L’auspicio è che esse vengano ora finalmente accolte in considerazione del fatto che – come afferma Benedetto XVI – «la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata alla luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio» (13).
Una prima timida iniziativa
Sul solco tracciato dalle succitate parole di Benedetto XVI sembra porsi l’iniziativa assunta dai responsabili della Caritas di Torino e dell’Ufficio per la pastorale della salute dell’Arcidiocesi della stessa città che in data 28 settembre 2010 hanno predisposto la seguente lettera per i 360 Parroci del territorio diocesano: «La Fondazione promozione sociale onlus, in collaborazione con diverse associazioni, ha promosso un opuscolo informativo rivolta alla cittadinanza sui diritti delle persone adulte ed anziane (malate e non autosufficienti o con disturbi psichiatrici gravi) ad essere curate a domicilio, in ospedale o in casa di cura convenzionata.
«A voi parroci ed ai vostri collaboratori potrà essere utile per dare informazioni corrette alle tante persone che bussano alla vostra porta per essere aiutate, in certe circostanze difficili, soprattutto per motivi di assistenza e salute.
«I nostri uffici Caritas e Salute sono al corrente dell’iniziativa ed hanno dato il loro benestare affinché sia inviato a tutte le parrocchie della Diocesi» (14).
NOTE
* Dirigente di servizi sociali dal 1980 ed ex Direttore del Cisap, Consorzio dei servizi alla persona dei Comuni di Collegno e Grugliasco (Torino).
** Dal 1962 volontario a tempo pieno presso organizzazioni che praticano il volontariato dei diritti: Anfaa, Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie; Ulces, Unione per la lotta contro l’emarginazione sociale; Csa, Coordinamento sanità e assistenza fra i movimenti di base; Aps, Associazione promozione sociale.
(1) Nell’articolo “Carità e verità: una sintesi difficile a proposito dell’ultima enciclica di Benedetto XVI”, Prospettive assistenziali, n. 168, 2009, Claudio Ciancio precisa quanto segue: «Quando si scrive che “lontano da Dio, l’uomo è inquieto e malato” ci si espone a una più che giustificata reazione del non credente. Di fronte a un’affermazione così recisa è difficile proporre un’esegesi che renda giustizia anche al non credente».
(2) A questo riguardo è fuorviante la petizione promossa dalla Caritas europea denominata “Povertà zero” in quanto contiene solamente affermazioni generiche. Cfr. Italia Caritas, n. 2, febbraio 2010. Sono altresì sconvolgenti le affermazioni di Maurizio Patriciello che dall’incontro con una persona «malata di una malattia di cui non conosco il nome», arriva alla conclusione che «saranno i poveri a salvare il mondo, perché ancora capaci di meraviglia e stupore» (Avvenire del 27 giugno 2010).
(3) La frase è tratta dal primo punto della seconda petizione popolare per il Piemonte di cui è in corso la raccolta delle adesioni di enti e delle firme dei cittadini. Il testo completo è riportato sul n. 171, 2010 di Prospettive assistenziali ed è reperibile sul sito www.fondazionepromozionesociale.it.
(4) Cfr. La Stampa del 19 ottobre 2010.
(5) Vedi il “Buongiorno” intitolato “Aerei blu” del 2 giugno 2010 del vice direttore de La Stampa, Massimo Gramellini.
(6) Cfr. Giovanni Nervo, “Una supplica ai politici: ascoltate i poveri prima di ogni scelta”, Vdossier, n. 1, maggio 2010.
(7) Ibidem.
(8) Andrea Tardiola, “Le politiche contro la povertà tra diritto e dono”, Prospettive sociali e sanitarie, n. 11-12, 2010.
(9) Ibidem.
(10) Cfr. l’editoriale “Gli anziani definiti cronici vengono calpestati nei loro diritti”, Prospettive assistenziali, n. 44, 1978.
(11) Ad esempio in data 24 gennaio 2005 il Csa (Coordinamento sanità e assistenza fra i movimenti di base) di Torino ha inviato a Don Vincenzo Nizza, Direttore della Caritas italiana, gli opuscoli predisposti da alcune istituzioni (Comuni di Grugliasco e Nichelino, Circoscrizioni 6 e 7 di Torino, Asl 1 del Piemonte) e da un gruppo di organizzazioni di volontariato (Alzheimer Piemonte, Auser, Avo, Consulta per le persone in difficoltà, Csa, Comitato per la difesa dei diritti degli assistiti, Diapsi, Servizio emergenza anziani, Società di San Vincenti de’ Paoli, Gruppo di volontariato vincenziano) chiedendogli «di voler esaminare la possibilità da parte della Caritas italiana di predisporre un analogo opuscolo in cui siano precisati i doveri/diritti degli anziani cronici, dei malati di Alzheimer e dei soggetti colpiti da altre forme di demenza senile, nonché i compiti attribuiti dalle leggi vigenti al Servizio sanitario nazionale ed ai Comuni». Finora a detta richiesta non è stata fornita alcuna risposta.
(12) In data 1° ottobre 2009 il Csa ha inviato ai Responsabili delle 229 sedi della Caritas italiana l’e-mail che riproduciamo: «Da oltre dieci anni con il semplice invio di 3-4 raccomandate A/R (spesa di 15-20 euro) otteniamo sempre il blocco delle dimissioni da ospedali e case di cura private convenzionate degli anziani cronici non autosufficienti, dei malati di Alzheimer e delle persone colpite da altre forme di demenza senile.
«Di conseguenza, qualora i loro congiunti non accettino volontariamente di provvedere alle cure domiciliari, i succitati soggetti non autosufficienti vengono ricoverati a cura e spese delle Asl competenti in Rsa (Residenze sanitarie assistenziali) o presso analoghe strutture.
«In questi casi le spese sono a carico della sanità nella misura di almeno il 50% della retta totale e a carico del ricoverato nell’ambito delle sue personali risorse economiche, senza alcun onere a carico dei parenti conviventi o non conviventi.
«Al riguardo uniamo:
– la relazione del Csa, tenuta al seminario di Torino sulle non autosufficienze il 12 settembre u.s.;
– il parere dell’esperto pubblicato su il Sole 24 Ore del 3 agosto 2009 che conferma il diritto esigibile alle cure degli anziani non autosufficienti;
– l’articolo “L’inspiegabile comportamento omissivo delle Caritas italiane”.
«Confidiamo in Vostre iniziative informative dirette a garantire le necessarie cure alle persone colpite da patologie invalidanti e da non autosufficienza e, nello stesso tempo, volte ad evitare che le loro famiglie siano costrette ad assumere oneri economici spesso insostenibili».
Finora né la sede nazionale, né le sedi locali hanno risposto, ad esclusione della Caritas di Tivoli che ha comunicato quanto segue: «Grazie per il messaggio inviatoci, se necessario sarà nostra cura rispondere nel più breve tempo possibile».
(13) Su Prospettive assistenziali sono stati pubblicati i seguenti articoli: “Perché la Caritas non provvede a diffondere notizie sul diritto dei malati cronici alle cure sanitarie e socio-sanitarie?”, n. 151, 2005; “Inquietante comportamento della Caritas italiana sul diritto alle cure sanitarie degli anziani cronici non autosufficienti”, n. 153, 2006; “Come mai la Caritas non difende il diritto alle cure sanitarie degli anziani colpiti da patologie invalidanti?”, n. 154, 2006; “Per quali motivi la Caritas continua a non segnalare il diritto degli anziani cronici non autosufficienti alle cure sanitarie?”, n. 158, 2007; “L’inspiegabile comportamento omissivo della Caritas italiana”, n. 167, 2009.
(14) L’opuscolo “Tutti hanno diritto alle cure sanitarie compresi: anziani malati cronici non autosufficienti, malati di Alzheimer, malati psichici, handicappati con gravi patologie” è una iniziativa promossa da Alzheimer Piemonte, Auser, Avo (Associazione volontari ospedalieri), Cpd (Consulta per le persone in difficoltà, Csa (Coordinamento sanità e assistenza fra i movimenti di base) – Comitato per la difesa dei diritti degli assistiti, Diapsi (Difesa ammalati psichici), Gvv (Gruppi volontariato vincenziano), Sea Italia (Servizio emergenza anziani), Società San Vincenzo de’ Paoli, Utim (Unione tutela insufficienti mentali).
