Ageismo: discriminare gli anziani per cancellare ogni memoria dei diritti sociali

Mauro Perino — Scuola dei diritti, 28 settembre 2026.

 

Per orientarsi nella lettura –  Questo contributo consente di approfondire su un principio centrale per il volontariato dei diritti: una persona anziana affetta da patologie croniche e non autosufficiente è innanzitutto una persona malata, aldilà della sua età, ovvero è titolare del diritto alla tutela della salute e alle prestazioni sanitarie e sociosanitarie previste dall’ordinamento come per tutte le persone.

 

«Il rispetto del diritto alla vita dell’anziano sarebbe una vana parola, anzi un inganno, se non fosse garantito il diritto alla libertà, inteso come il diritto a non subire violenza né fisica né morale; se non fosse assicurato il diritto all’egual trattamento, il che significa non essere sottoposti a discriminazioni in caso di cure necessarie; se non fosse fatto valere verso di lui e con maggior forza il diritto alla salute, che è del resto sancito dalla nostra Costituzione».

Queste parole di monito – contenute nella prefazione che il filosofo Norberto Bobbio scrisse per il libro di Francesco Santanera e Maria Grazia Breda, *Vecchi da morire*, Rosenberg & Sellier, 1987 – non hanno evidentemente ispirato le organizzazioni promotrici della legge 33 del 2023 che, dietro al titolo ingannevole di “Deleghe al Governo in materia di politiche in favore delle persone anziane”, nasconde la volontà di separare gli anziani malati cronici non autosufficienti dal resto della popolazione, negando loro l’accesso all’universalismo del Servizio sanitario nazionale.

Alla ingiusta legge di riforma ha fatto seguito il decreto attuativo 29/2024 che – anche grazie all’impegno delle associazioni aderenti al Coordinamento nazionale per il diritto alla sanità per le persone anziane malate e non autosufficienti (CDSA) ed alla petizione online “Fermiamo la legge 33 sulla non autosufficienza”, lanciata sulla piattaforma Change.org dalla Unione per la tutela delle persone con disabilità (UTIM ODV, sezione di Nichelino in provincia di Torino) –  ha limitato alcuni degli aspetti più critici della riforma.

Si è così evitata per ora l’istituzione del Sistema Nazionale per la popolazione Anziana non Autosufficiente (SNAA) attraverso il quale veniva nei fatti negato, agli anziani malati cronici che necessitano di cure non solo nelle fasi di acuzie ma anche in regime di lungo assistenza, il diritto di riceverle dal Servizio sanitario nazionale «senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio» (articolo 1 della legge 833 del 1978) e «senza limiti di durata» (articolo 2 della legge 833 del 1978).

La cosiddetta “coalizione sociale” che ha promosso, sostenuto e sostanzialmente redatto il disegno di legge poi approvato dal Parlamento, si è ben guardata dall’entrare nel merito della garanzia dei diritti costituzionali e delle concrete ricadute sui malati; né ha fornito spiegazioni plausibili sulla ragione per la quale si è inteso costituire un sistema “a parte”, solamente per gli anziani malati cronici non autosufficienti, nei fatti alternativo al sistema sanitario al quale fanno normalmente riferimento tutte le altre persone malate.

Non è stato inoltre in alcun modo giustificato il fatto che a questi malati si vogliono imporre cure post-acuzie diverse per le fasi estensive e di lungoassistenza, con accesso alle prestazioni subordinato a valutazioni che tengono conto delle loro condizioni sociali e reddituali (mentre, per tutti gli altri assistiti, il servizio sanitario prevede il libero accesso alle prestazioni prescritte con eventuale pagamento di un ticket).

Siamo, con tutta evidenza, di fronte ad una discriminazione dei malati anziani. Una pratica di pregiudizio o marginalizzazione di una persona in relazione all’età che viene definita “ageismo” (termine coniato dal gerontologo Robert Neil Butler nel 1969) e dalla quale mettono in guardia i geriatri piemontesi autori del documento “La non autosufficienza dell’anziano è un problema di salute”, integralmente pubblicato sul numero 217 della rivista *Prospettive. I nostri diritti sanitari e sociali*.

Come segnalato dai clinici delle società di geriatria, «l’impiego di termini come “anziano con perdita di autonomia” o “anziano non autosufficiente” per il paziente anziano affetto da demenza rientra appieno nel concetto di “ageismo” (…). Nel caso degli anziani la specifica forma di ageismo di cui sono oggetto più frequentemente riguarda la loro presunta perdita di autonomia dovuta a fattori anagrafici. In questo ambito si configura la forma più grave di ageismo, che viene definita “ageismo istituzionale”, quando si mettono in atto discriminazioni nell’accesso alle cure sanitarie o procedure sulla base del mero criterio anagrafico».

«Rientra inoltre nell’ageismo istituzionale» – secondo i geriatri – «anche il mantenimento di un servizio sanitario non in linea con la demografia attuale e con le reali esigenze della popolazione anziana, che richiederebbe una maggiore disponibilità territoriale e domiciliare di assistenza sanitaria e sociale. Infine, tale forma di ageismo è oltremodo diseducativa e socialmente deviante perché implicitamente induce gli altri stakeholders (portatori di interessi, N.d.r.) a vedere nell’anziano non più un malato ma un mero carico assistenziale».

Come osserva Rossella Failla nell’articolo “Ageismo: pregiudizi e discriminazioni colpiscono gli anziani”, agingproject.uniupo.it, «Nelle società contemporanee, informate del mito della giovinezza e dallo stigma della vecchiaia, è intuitivo che l’ageismo finisca per riferirsi soprattutto a chi è in là con gli anni. I vecchi sono considerati lenti, incapaci, inefficienti, mancanti (…). Da un lato, i comportamenti ageisti hanno un’origine emotiva e psicologica: l’ostilità e la ripugnanza verso la vecchiaia deriverebbe dalla paura della nostra stessa mortalità. Dall’altro, sono un effetto collaterale del progresso medico: il successo della medicina nel trattare le malattie le ha rese croniche, caratterizzate cioè da un declino progressivo ma lento. Ha determinato, inoltre, un incremento della multimorbilità, la coesistenza di più patologie o condizioni cliniche in un medesimo individuo. È cresciuto quindi il numero di utenti da assistere e con esso la quantità di risorse da convogliare verso la popolazione anziana fragile o con malattie croniche, che viene a rappresentare un onere per i singoli e per il sistema».

Il problema è ben sintetizzato da Marcello Veneziani nell’articolo “Il vecchio è il male”, www.marcelloveneziani.com: «Se il mondo va male, è brutto, è sporco, è inquinato, è egoista e non offre spazi e opportunità per i ragazzi, la colpa è dei vecchiacci che si ostinano a vivere sempre più a lungo. (…) Il vecchio non produce, è un ramo secco; è un pensionato, dunque un parassita improduttivo, per giunta bisognoso di assistenza sanitaria (tanti soldi)».

La perdita di valore che subisce chi è uscito dal mondo produttivo è imposta da una organizzazione sociale che, in modo sempre più marcato, arriva addirittura a fomentare intenzionalmente un conflitto generazionale, con la finalità di ridimensionare quel che resta dello Stato sociale posto a fondamento della nostra Carta costituzionale.

Si afferma che gli anziani consumano troppe risorse a causa dei loro bisogni sociali e sanitari e che perciò rappresentano un ostacolo per la creazione di investimenti per i giovani. Inoltre gli anziani sono consapevoli di avere – come disse di sé Vittorio Gassman nella sua autobiografia – «un grande avvenire dietro le spalle» e guardano perciò con rimpianto agli anni delle grandi ed ancora apprezzate riforme “di struttura” – in primis quella sanitaria – che hanno cambiato in senso democratico il nostro Paese.

Come osserva ancora Veneziani, «I vecchi sono più restii a perdere il senso della realtà, hanno la possibilità di fare paragoni, hanno vissuto in epoche in cui si amava la storia, la cultura, l’esperienza, la comunità, e dunque sono meno assimilabili all’uniformità militante (…)».

Hanno inoltre conosciuto il modello capitalistico che ha caratterizzato il periodo dal dopoguerra alla fine degli anni ’70 (i “Gloriosi Trenta”). Un capitalismo di tipo espansivo che faceva crescere la classe media, migliorando le condizioni di vita dei lavoratori che, grazie all’aumento dei salari, consumano ed acquistano di più; con uno Stato che, beneficiando dell’aumento del gettito fiscale generato dalla crescita dei consumi e della produzione che favorisce l’occupazione, può destinare risorse crescenti per la promozione del benessere sociale: scuola per tutti e sanità universale in primo luogo.

Per questo gli anziani sono “ragionevolmente conservatori” ed in quanto tali poco inclini ai cambiamenti degli assetti economici e politici che ci vengono “richiesti” dall’Europa. Rappresentano perciò un ostacolo da abbattere in nome delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria che, secondo i maestri del pensiero unico globale, caratterizzeranno il nostro futuro, ormai trasformato in merce dalla finanza internazionale.

Essi operano per conto del Progresso (con la P maiuscola), convinti che la gioventù debba essere difesa dai vecchi retrogradi e che, a tal fine, si debba limitare o addirittura sopprimere il diritto degli anziani ad esprimersi con il voto, al pari degli altri cittadini, sulle scelte di governo del Paese. Nemmeno considerano che l’articolo 48 della Costituzione, alla quale tutti dobbiamo rispetto, afferma: «sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. (…) Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge».

Ma quando si tratta dei nostri vecchi concittadini, della Costituzione si tende a fare strame, non solo per privarli del diritto di rappresentarsi e di essere rappresentati, ma addirittura per negare loro il diritto di vivere.

Del resto l’etica dell’utilitarismo – secondo cui si devono compiere le azioni che assicurano il maggior vantaggio per la più ampia platea possibile dei soggetti destinatari (ma non necessariamente per tutti) – prevede, come corollario, la piena disponibilità dell’essere umano.

In quest’ottica, con riferimento al problema dell’allocazione delle risorse in campo sanitario, il “bene salute” – e addirittura il “bene vita” – vengono analizzati sulla base del rapporto costi-benefici: correlando il costo, in termini di impiego di risorse tecnologiche, professionali e finanziarie di una prestazione sanitaria, al beneficio dello stato di salute o addirittura del rimanere in vita.

In un sistema sociale come il nostro, che ha ormai fatto propria la visione utilitaristica, si mira a far coincidere la fine della vita biologica con la conclusione della vita produttiva. L’assistenza sanitaria per chi, come l’anziano, ha terminato il proprio percorso programmato come unità produttiva, risulta infatti antieconomica.

Di qui la sempre più marcata tendenza dei sistemi sanitari pubblici (ma anche delle assicurazioni sanitarie private) a lesinare le cure a chi produttivo non lo è o non lo è più. Per chi può permettersela, l’alternativa è rappresentata dall’assistenza sanitaria offerta dal sempre più fiorente “mercato della salute”; agli altri viene sempre più insistentemente suggerita la possibilità di rivendicare il diritto di poter “scegliere” una morte dignitosa.

Il diritto alla salute viene lasciato in disparte dai mezzi di comunicazione di massa che scelgono di mettere in primo piano il diritto al suicidio assistito ed il conseguente dovere, delle Aziende sanitarie, di renderlo possibile.

È tale l’enfasi sul tema che si è addirittura recuperato il significato originario del termine farmaco: il pharmakon con il quale i greci indicavano sia un rimedio contro una malattia, sia un veleno. Non sorprende perciò che i giornali diano notizia, come cosa normale, che la tale Azienda sanitaria locale ha fornito, al richiedente il suicidio assistito, il “farmaco letale” che la persona può autosomministrarsi, trovando così la morte.

Siamo ormai sottoposti ad una ossessiva campagna mediatica che mira ad instillare, in tutte le persone, la devastante concezione secondo la quale vale la pena di vivere solo se la salute e la vita raggiungono un livello di qualità socialmente apprezzato e se hanno un valore economico tale da giustificare i costi che la cura comporta per le casse dello Stato.

Questa logica neoliberista deve essere radicalmente contrastata rendendo esigibili, attraverso il nostro impegno umano, professionale e politico, i diritti sociali sui quali si fonda la Costituzione repubblicana ed in primo luogo il diritto fondamentale alla salute.

È infatti del tutto evidente che si può parlare di libertà di rinunciare a curarsi solo se le cure vengono effettivamente assicurate a tutti in modo universalistico. Altrimenti il cosiddetto suicidio assistito non è altro che una forma di eutanasia socialmente imposta, come accade nella “profezia” distopica di Richard Matheson che in un suo racconto scritto nel 1954 intitolato *L’esame*, descrive una società preoccupata – come lo è la nostra – di garantire la “sostenibilità” del sistema, nella quale le persone anziane dall’età di 60 anni devono, per legge, superare un esame ogni cinque anni che dimostri la loro piena efficienza fisica e mentale.

Gli “inadeguati” che non lo superano vengono uccisi con una iniezione: «Questo era l’orrore. La vita continuava come al solito. Nessuno parlava della morte. Il governo mandava le lettere di convocazione, gli interessati si presentavano a sostenere l’esame, e chi non lo superava veniva pregato di passare al Centro governativo per l’iniezione. La legge funzionava perfettamente, il tasso di mortalità si manteneva costante, il problema della sovrappopolazione era contenuto – tutto ufficialmente, impersonalmente, senza un grido o un fremito».